Lusofonie ricorda la grande Cizé ripensando al suo ultimo concerto romano
Cesaria Evora @ Villa Ada, 25 luglio 2011
Testo di Roberto Lycke, da http://www.tpafrica.it/

E’ una serata insolitamente fresca quella che accoglie Cesaria Evora in questa estate romana. L’atmosfera è festosa, la comunità capoverdiana, che risponde sempre con grande entusiasmo, riempie l’isoletta incantata di Villa Ada trasformandola per una sera in una delle isole dell’arcipelago della “Sodade” con la "S” maiuscola. Insieme all’amico Giulio Mario, entriamo nel backstage.
“Boa noite”, “Boa” risponde quello che scopro essere il manager di palco.
“A senhora è qui ?” chiedo con emozione.
“A senhora si sta riposando là in quella stanzetta”.
Mi affaccio ma è meglio non disturbare, Cizè è seduta su un divano, e con aria distratta sembra essere lontana mille miglia da quel concerto che molti di noi aspettano da almeno quattro anni.
Passiamo alla stanza accanto dove i musicisti si stanno scaldando in attesa di iniziare il concerto. Il violinista accompagnato dal resto della banda sta suonando una melodia a me molto familiare, e quando mi avvicino scopro che si tratta di “Brasileirinho” di Waldir Azevedo, e la mia gioia arriva alle stelle.

Mi sento felice come uno di quei bambini, che la sera di Natale in preda all’euforia
dell’attesa è convinto di aver visto da dietro la porta, di sfuggita, per un istante, almeno un piede di Babbo Natale.
Non poteva esserci accoglienza migliore di questa per sottolineare la forza dei legami, che collegano tutti i paesi africani di lingua portoghese alla tradizione musicale brasiliana. Violino, cavaquinho e percussioni improvvisate intonano quello che è uno dei classici dello Choro, e qui, in questa stanzetta del backstage di Villa Ada si chiude il cerchio della storia.
Musica brasiliana suonata in Africa con strumenti europei; Que maravilha !!!
I musicisti si divertono e noi con loro, ma è arrivato il momento di salire sul palco.
Ci facciamo da parte, e il concerto comincia con un pezzo strumentale.

È impressionante, sembra cha la banda si accenda con il semplice click di un tasto.
Nemmeno un “Um, dois, tres” per sincronizzarsi, niente, si parte e via. Dopo qualche minuto Cesaria sale le scale del palco, “Boa noite” saluto io, “Boa noite” risponde Cizè che si siede, si accende una sigaretta e attende il suo turno che arriva alla fine della prima canzone.
L’entrata è accolta da un esplosione di gioia, i capoverdiani si fanno sentire e la banda attacca con “Teresinha”, la Coladeira che apre il suo ultimo disco. La voce è, calda, quasi confidenziale, elegantissima e priva della benché minima esitazione.
Questa non è musica strillata, anzi molto del suo fascino si trova nelle dinamiche sulle quali lavorano i vari strumenti.Il batterista raramente prende le due bacchette in mano, il suo più che essere il ruolo del batterista che porta la banda è un lavoro di arrangiamenti, piccoli tocchi delicati che scandisco ritmi semplici e leggeri.

Il concerto scivola tra decine di classici, o perlomeno quello che per me suonano come tali.Già lo so, tornerò a casa pensando che tutto sommato Cizè avrebbe potuto cantare questa o quell’altra canzone, ma mi rendo conto che non sarebbero bastate cinque ore di concerto per suonare tutto quello che avrei voluto ascoltare.
A metà serata la banda intona “Sodade sodade sodade dess nha terra d’São Nicolau…”, la folla risponde, io mi volto e per un attimo osservo le ciabatte che “A senhora” si è tolta prima di salire sul palco.

Lei è fatta così, è sempre stata così, e anche quando l’etichetta glielo avrebbe imposto, lei se ne è infischiata, si è tolta le scarpe e ha cominciato a cantare la musica della sua terra.
Grazie Cizè, grazie a tutti quelli che nel corso degli anni hanno fatto si che il mondo scoprisse attraverso la tua voce l’esistenza di questo piccolo arcipelago, dove si canta questa musica senza tempo, malinconica, delicata mai triste.
Grazie ancora, obrigado por tudo !!!
Grazie per avermi fatto tornare bambino ancora una volta.

E’ una serata insolitamente fresca quella che accoglie Cesaria Evora in questa estate romana. L’atmosfera è festosa, la comunità capoverdiana, che risponde sempre con grande entusiasmo, riempie l’isoletta incantata di Villa Ada trasformandola per una sera in una delle isole dell’arcipelago della “Sodade” con la "S” maiuscola. Insieme all’amico Giulio Mario, entriamo nel backstage.
“Boa noite”, “Boa” risponde quello che scopro essere il manager di palco.
“A senhora è qui ?” chiedo con emozione.
“A senhora si sta riposando là in quella stanzetta”.
Mi affaccio ma è meglio non disturbare, Cizè è seduta su un divano, e con aria distratta sembra essere lontana mille miglia da quel concerto che molti di noi aspettano da almeno quattro anni.
Passiamo alla stanza accanto dove i musicisti si stanno scaldando in attesa di iniziare il concerto. Il violinista accompagnato dal resto della banda sta suonando una melodia a me molto familiare, e quando mi avvicino scopro che si tratta di “Brasileirinho” di Waldir Azevedo, e la mia gioia arriva alle stelle.
Mi sento felice come uno di quei bambini, che la sera di Natale in preda all’euforia
dell’attesa è convinto di aver visto da dietro la porta, di sfuggita, per un istante, almeno un piede di Babbo Natale.
Non poteva esserci accoglienza migliore di questa per sottolineare la forza dei legami, che collegano tutti i paesi africani di lingua portoghese alla tradizione musicale brasiliana. Violino, cavaquinho e percussioni improvvisate intonano quello che è uno dei classici dello Choro, e qui, in questa stanzetta del backstage di Villa Ada si chiude il cerchio della storia.
Musica brasiliana suonata in Africa con strumenti europei; Que maravilha !!!
I musicisti si divertono e noi con loro, ma è arrivato il momento di salire sul palco.
Ci facciamo da parte, e il concerto comincia con un pezzo strumentale.
È impressionante, sembra cha la banda si accenda con il semplice click di un tasto.
Nemmeno un “Um, dois, tres” per sincronizzarsi, niente, si parte e via. Dopo qualche minuto Cesaria sale le scale del palco, “Boa noite” saluto io, “Boa noite” risponde Cizè che si siede, si accende una sigaretta e attende il suo turno che arriva alla fine della prima canzone.
L’entrata è accolta da un esplosione di gioia, i capoverdiani si fanno sentire e la banda attacca con “Teresinha”, la Coladeira che apre il suo ultimo disco. La voce è, calda, quasi confidenziale, elegantissima e priva della benché minima esitazione.
Questa non è musica strillata, anzi molto del suo fascino si trova nelle dinamiche sulle quali lavorano i vari strumenti.Il batterista raramente prende le due bacchette in mano, il suo più che essere il ruolo del batterista che porta la banda è un lavoro di arrangiamenti, piccoli tocchi delicati che scandisco ritmi semplici e leggeri.
Il concerto scivola tra decine di classici, o perlomeno quello che per me suonano come tali.Già lo so, tornerò a casa pensando che tutto sommato Cizè avrebbe potuto cantare questa o quell’altra canzone, ma mi rendo conto che non sarebbero bastate cinque ore di concerto per suonare tutto quello che avrei voluto ascoltare.
A metà serata la banda intona “Sodade sodade sodade dess nha terra d’São Nicolau…”, la folla risponde, io mi volto e per un attimo osservo le ciabatte che “A senhora” si è tolta prima di salire sul palco.
Lei è fatta così, è sempre stata così, e anche quando l’etichetta glielo avrebbe imposto, lei se ne è infischiata, si è tolta le scarpe e ha cominciato a cantare la musica della sua terra.
Grazie Cizè, grazie a tutti quelli che nel corso degli anni hanno fatto si che il mondo scoprisse attraverso la tua voce l’esistenza di questo piccolo arcipelago, dove si canta questa musica senza tempo, malinconica, delicata mai triste.
Grazie ancora, obrigado por tudo !!!
Grazie per avermi fatto tornare bambino ancora una volta.
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