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mercoledì 20 aprile 2016

Silverio Pessoa e la teoria del caos

Cantante, scrittore, pedagogo, l'artista brasiliano è emerso intorno alla metà degli anni ’90 con il suo manifesto musicale audace e rivoluzionario



Musicista, compositore, cantante, scrittore, pedagogo, Silverio Pessoa viene alla ribalta con la grande onda del manguebit, che dal profondo Nordeste del Brasile viaggerà, a metà degli anni 90, fino alla terra dei gringos. Con un manifesto audace e visionario, Caranguejos com cérebro (granchi con cervello), all’inizio degli anni Novanta mangueboys e manguegirls si propongono di scioccare Recife, la capitale del Pernambuco, «prima che muoia di infarto». Fra le cose che amano, la teoria del caos, i conflitti etnici e Bezerra da Silva, sambista del morro di fama malandrina. L’immagine della loro rivoluzione, un’antenna parabolica piantata nel fango che fa crescere i mango. Lo shock, per la musica brasiliana tutta, impantanata nella deriva commerciale dell’axé baiano, sarà potente, probabilmente il movimento culturale più interessante di questo passaggio di secolo. In questo panorama, Silverio, nato a Carpina, Zona da Mata, è forse quello che più di tutti ha tenuto forte il legame con le tradizioni, facendo dello scambio interculturale e dell’ibridazione l’asse portante della sua estetica, che si tratti di proporre l’introduzione dello studio del forrò come materia curriculare nelle scuole pubbliche, o della collaborazione con i gruppi occitani francesi ma anche italiani, o del più recente studio delle musiche dei preti cattolici o evangelici, che in terra Brasilis riempiono gli stadi, a passaggio di secolo compiuto. Nel suo carniere, 8 dischi da solista, l’ultimo, Cabeça feita – Silverio Pessoa canta Jackson do Pandeiro, uscito da qualche settimana, è il secondo che Pessoa dedica al personaggio più eclettico e irriverente della musica nordestina, che negli anni 60 conquistò orecchie, piedi e cuori del Brasile intero con la musica dei cafoni. Noi l’abbiamo incontrato di passaggio, un passaggio italiano che includeva la visita alla Sindone, e deplorevolmente nessun concerto.
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«Io ho cominciato – racconta l’artista – a fare musica lavorando la tradizione, suonando nei circuiti di forrò, la musica del Nordeste, per poi allontanarmene un po’ alla volta. Dagli anni ’90, in Brasile, si è creato un movimento di rilettura e riconfigurazione della modernità e della contemporaneità, del quale faccio parte, con Chico Science, Naçao Zumbi, Lenine, Alceu Valença. Cabeça feita è un ritorno alla musica tradizionale, un tentativo di risignificazione dell’universo creativo di Jackson do Pandeiro, non una rilettura. Ho messo 4 musicisti in studio e li ho registrati dal vivo, con microfoni a valvole degli anni ’60, incidendo su quattro canali. Un disco senza chitarra elettrica, batteria, tastiere, ci sono solo viola de dez (chitarra a dieci corde, del sertao pernambucano, ndr), accordeon, percussioni, zabumba (tamburo basso), e basso elettrico registrato acustico. Il forrò, dalle origini negli anni ’20, non usava il basso perché troppo caro per una musica di poveri, si suonava con un piccolo accordeon a otto bassi. C’è una linea di pensiero radicale secondo cui nel forrò non c’è niente di elettrico, ma Jackson do Pandeiro ci ha messo tutto: chitarre, tastiere, fiati, è stato come Frank Zappa, un grande innovatore. È una musica molto complicata da suonare, configurativa: la zabumba esegue una figura, lo stesso la viola, e l’accordeon. Ha la stessa difficoltà dell’improvvisazione jazzistica: non c’è improvvisazione armonica, ma configurazione, non è da tutti. La generazione degli anni 90 ha riscoperto, riletto, reinterpretato, attualizzato le musiche di tradizione, riportandole al centro dell’ascolto. In questo disco ho voluto riavvicinarmi all’originale: una nuova generazione ascolterà questa musica come suonava, e la troverà moderna, non una cosa nostalgica. Moderna, come realmente è.

Qual è la tradizione alla quale fai riferimento? 
Io sono della Zona da Mata Norte del Pernambuco, un’area adiacente a quella costiera, differente dal sertao (la zona semidesertica interna), e dall’agreste (la zona di transizione fra l’area costiera e il sertao). Un territorio umido, ricco di foresta atlantica, che i portoghesi scoprirono adattissimo per coltivare la canna da zucchero portata dall’India. Con l’espulsione degli europei – gli olandesi nel 17° secolo, poi i portoghesi cacciati dalle insurrezioni dei nativi – dal litorale, i molti che restarono si spinsero all’interno, stabilendosi nella Zona da Mata, sposando donne indie o africane e coltivando lo zucchero. Fu un’epoca molto feconda sotto il profilo economico per tutto il Nordeste. I portoghesi diedero in concessione molte terre ai signori, lo sfruttamento del lavoro era fortissimo, un processo economico massacrante, ma intorno a quest’area si formò quella che io chiamo la cultura della civilizzazione della canna da zucchero: una musica specifica, come la culinaria, la maniera di vestire e il modo di parlare. Una cultura che esiste in forma residuale ancora oggi, malgrado la forte urbanizzazione: ciranda, cavalo marinho, maracatu, bumba-meu-boi e forrò ci sono ancora.

Il Nordeste è terra di grandi tradizioni spirituali e religiose e di predicatori messianici
Nel 1600 arrivarono le missioni gesuite, ma già nel 1630 con l’arrivo dei protestanti olandesi furono bruciate molte chiese e uccisi molti cattolici. I gesuiti resistettero, e l’eredità cattolica della Zona da Mata risale alle missioni che arrivarono per catechizzare indios e africani. Un cattolicesimo di tradizione missionaria, popolare, fatto di novene, processioni, meno ornamentale, meno istituzionale, con le novene recitate in casa, guidate dagli anziani, Radio Maria accesa. Le fogueiras (i riti del candomblè che accendono fuochi per celebrare gli orixas, diffusissimi in tutto il Nordeste ), i brinquedos (sono definiti brinquedo tutti i riti e le rappresentazioni di sincretismo religioso), hanno un’origine portoghese. Ognuna ha una musica e un linguaggio particolare.

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Ci spieghi cos’è un maracatu?
Il maracatu è di origine africana, ce ne sono tre tipi, rappresentano l’incoronazione di un re e di una regina di una Naçao (fin dai primi tempi della colonizzazione portoghese e dell’arrivo degli schiavi dall’Africa, i cronisti presero a chiamare gli infedeli “naçao”, denominazione che finì per essere acquisita dagli africani per definire i propri gruppi di appartenenza. Le naçoes oggi esistenti discendono da organizzazioni di questo tipo). Il maracatu di baque virado è di ambientazione urbana, raro nella Zona da Mata, dove è più diffuso il maracatu di baque solto, che si differenzia dal virado nella dinamica, nella battuta, nel ritmo, per questo si chiama «solto», sciolto, libero: è più diretto, più schietto. Il terzo è il cavalo-marinho, che è una vera rappresentazione teatrale, con personaggi come il Mestre Ambrosio, le Calunga, le dame di corte, la regina, il re, i pagliacci… inizia di mattina, e va avanti tutto il giorno, 14-15 ore.

Fai spesso riferimento a Chico Science, al movimento manguebit: 20 anni dopo esiste ancora quella scena?
Sì, si è estesa, ampliata. All’inizio è stato un movimento etico più che di protesta, in Brasile c’era, e c’è ancora, molta discriminazione verso il Nordeste. Il manguebit , diffondendosi in tutto il Paese, ha prodotto una fortissima affermazione di identità e di autostima, e una grande trasformazione economica nel campo della musica. Si è sviluppata una catena produttiva, la professionalizzazione dei tecnici, degli studi di registrazione, degli spettacoli. Oggi ci sono le condizioni perché emerga, come succede, un gruppo nuovo a settimana. Io appartengo alla seconda generazione del mangue, e ho perduto la paura di diventare professionista grazie a Chico Science, che ha risvegliato in noi l’orgoglio di essere nordestini, di fare le cose, a partire dalle nostre tradizioni. Lui non era ortodosso, cercava il dialogo con la musica di Fela Kuti, col rock, con Afrika Bambaataa… Non ci sono gruppi di musica mangue, all’epoca c’era un sacco di musica, ma il mangue lo suonavano solo Chico Science e Mundo Livre S/A. Era una questione di autostima, di mercato, di credere nella musica del Nordeste. Allo stesso modo ha funzionato per cinema, moda, letteratura, gastronomia, che fino ad allora non trovavano un loro spazio. Per l’intreccio di linguaggi e forme espressive diversi, si dice che è stata una movimentazione, più che un movimento. Molti cineasti cominciarono a lavorare secondo quest’estetica, con storie di eroi come Lampiao, il re del cangaço, o personaggi come Luiz Gonzaga. Penso, ad esempio, a Paulo Caldas e Lirio Ferreira.

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La collaborazione con i gruppi di musica occitana 
La prima volta che andai in Francia per suonare, avevo appena ascoltato un disco di Lenine, dove due improvvisatori suonavano coco, in francese. Fui molto sorpreso: il coco è una musica pernambucana, c’è dentro il canto degli schiavi. Erano i Fabulous Trobadors. Li cercai, attraverso loro incontrai altri gruppi, e scoprii il movimento occitanista. Le somiglianze con il Nordeste sono tantissime, a partire dalla religiosità: nella Francia tanto laica, il Sud è pieno di pellegrinaggi, sorgenti miracolose, c’è stata l’eresia catara. Poi, una folta vegetazione, molta agricoltura, una ricca culinaria, e, naturalmente, la musica, in particolare l’utilizzo dell’accordeon, uno strumento tipico francese e centrale nel forrò. Da questo incontro è nato un progetto che ha prodotto due dischi, Collectiu, con 12 gruppi occitani, e Forrocitania, che è il risultato della mia residenza con il gruppo La Talvera. Nessuno dei gruppi con cui ho collaborato fa musica tradizionale fissa, statica, proprio come in Pernambuco, vanno oltre la riproposizione della tradizione.

Intervista per Il Manifesto del 6 luglio 2015

Naçao Zumbi – Un maracatu che pesa una tonnellata

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Venti anni fa esplose il manguebeat e i Naçao Zumbi, il maggior avvenimento della musica brasiliana degli ultimi anni: come è nato?
LM- E’ iniziato perché Recife, la nostra città, non aveva molte possibilità di intrattenimento, non c’era la possibilità per le persone di vivere di cultura, di fare niente. Il movimento è partito da questo, dalla necessità di creare un ambiente artistico in cui si potesse suonare, fare concerti, e al quale potessero partecipare altri artisti. Questo è il motivo per cui il movimento ha inglobato cinema, arti plastiche, musica, moda: è stato un fermento che ha attraversato tutta la città.

Il manguebeat, momento di grande creatività artistica, musicale e intellettuale, continua oggi nel lavoro di quanti vi parteciparono, come Siba, Silverio Pessoa, Mundo Livre S/A, Lirinha: qual è oggi la scena di Recife?
D- Continua fino a oggi: abbiamo un Carnevale a Recife che è aperto a tutti, e nel quale la maggior parte delle formazioni suona per un pubblico enorme, che viene da tutto il Brasile e da fuori, e poi c’è un grande scambio di collaborazioni fra i musicisti, che reciprocamente partecipano ai lavori degli altri, così la scena resta viva.
Oggi abbiamo un problema molto grande, che è la mancanza di spazi chiusi per suonare, l’assenza di interesse delle radio, che non ci hanno mai suonato, né all’epoca della nascita del manguebeat né oggi: non passano i nostri pezzi alla radio, non andiamo in televisione, non abbiamo nessun appoggio dai media.
LM- C’è un proverbio che dice “il santo di casa non fa miracoli”, ed è quello che succede a Recife. Non abbiamo radio indipendenti, è una questione politica, non artistica.

La Naçao di oggi, dopo tanti anni: cosa rimane e cosa è cambiato?
D- E’ difficile dirlo, il gruppo continua a mettere insieme sempre nuove influenze, nuovi elementi, mentre quelli che c’erano, permangono. Modifichiamo il nostro modo di suonare man mano che, vivendo, ascoltiamo cose nuove, sperimentiamo. Penso che tutto trovi posto nel nostro lavoro: tutto resta e tutto cresce.
P- Noi pensiamo al nostro lavoro come un insieme artistico di idee differenti, nel quale ognuno porta le sue informazioni, nel momento in cui suoniamo. E’ sempre stato così, fin dall’inizio.

Temi politici e sociali furono centrali per l’inizio del movimento: pensate che la musica svolga una funzione politica?
LM- Sì, lo penso. Il Pernambuco è uno Stato che, storicamente, ha sempre dovuto lottare molto, per questioni politiche, di territorio. Quando il Brasile diventò una repubblica, il Pernambuco dovette lottare duro, a causa della coltivazione della canna da zucchero, per la propria cultura. Allo stesso modo, storicamente, questo si trasmette agli artisti e attraverso gli artisti. E’ una musica che, malgrado sia molto festiva per via del carnevale, ha un carico storico molto importante, e a volte diventa una musica un po’ pamphletaria, perché lo stato del Pernambuco è stato sempre molto attivo politicamente.

Mistura di maracatu, ciranda, coco, rock, hip hop, tutti elementi presenti nella vostra musica: quali sono le vostre fonti di ispirazioni?
D- Tutte quelle che hai detto, e ancora altre. Sono molte cose, è difficile elencarle: Jacinto Silva, Luiz Gonzaga, Jackson do Pandeiro… tutte queste cose che si vedono, più altre, europee, tedesche, anche italiane, Mina, Adriano Celentano..

La stagione della psichedelia degli anni 70, nomi come Lula Cortes, Ave Sangria, hanno un peso, sono importanti nella formazione della musica di Recife?
LM- Sì, ci sono oggi gruppi che, sebbene non siano famosi, portano la verve della psichedelia pernambucana degli anni 70. Lula Cortes è stato l’esponente più visibile di quel gruppo di artisti, gli Ave Sangria quando si sciolsero diventarono il gruppo di Alceu Valença, e da allora lui cominciò a produrre quello stesso suono, proprio con i componenti degli Ave Sangria. Paulo Rafael, che era il chitarrista, ha avuto un’influenza molto grande su tutti gli artisti della generazione degli anni 70 e 80. Noi abbiamo ascoltato tanto Alceu Valença, ne siamo stati influenzati, quella mistura di chitarra con forrò, baiao.. Robertinho de Recife è il massimo per me..

Los Sebosos Postizos, Sonantes, 3 na Massa, Almaz con Seu Jorge e Maquinado di Lucio Maia: come lavorate con tutti questi progetti paralleli?
La Naçao è un gruppo molto grande, con 8 persone sul palco, ognuna con gusti differenti. Suonare insieme è il nostro modo di lasciare l’ambiente aperto, così che ognuno possa portare i propri gusti musicali, le proprie influenze. I progetti paralleli ci servono per sperimentare questi altri nostri aspetti, quelli che non trovano posto nella Naçao, malgrado sia molto aperta. Alcune di queste formazioni (Almaz, Los Sebosos postizos) sono piccoli gruppi della più larga formazione. Sono, ad un tempo, lavori differenti ma che conservano un’unità forte, qualcosa che li rende riconoscibili. Dentro la Naçao, ascoltiamo tantissima musica, ed è questo che permette di rendere riconducibili a un’unica matrice quello che facciamo, insieme alla capacità di creare un suono diverso da quello abituale, come adesso con Marisa Monte.

Il Memorial Chico Science a Recife
Il Memorial Chico Science a Recife

A Recife c’è il Memorial Chico Science: cos’è, e come funziona?
LM – Il Comune ha creato una sorta di mini-museo, che mostra varie notizie su Chico, una ricostruzione storica di quello che faceva come musicista, con molte informazioni, video, la chitarra che suonavamo in quel periodo. E’ come una finestra aperta per mostrare, didatticamente, quello che è successo, quello che Chico rappresenta per Recife, per la musica pernambucana e brasiliana.  Uno spazio aperto in una maniera molto rispettosa, bella.
D- Ce ne dovrebbero essere altre, di iniziative simili, ad esempio per Capiba, e anche per persone che non sono morte, come Dona Lia de Itamaracà, senza aspettare che muoiano per essere riconosciuti. Lula Cortes, artista importantissimo, non credo che lo avrà. Noi siamo stati fortunati, avevamo una casa discografica che ci sosteneva, siamo stati in tournée in Europa, negli Stati Uniti, dove venivano distribuiti i nostri dischi, è stato molto differente dagli artisti che sono venuti prima, che, pur avendo lavorato moltissimo, non hanno avuto la stessa visibilità.

Qual è il vostro rapporto col Brasile, col Pernambuco, dove siete una formazione molto “identitaria”, e col resto del mondo?
LM- A Recife facciamo concerti per 80-90mila persone, e questo è bellissimo, ma siamo una formazione che non ha mai avuto il 100% di appoggio del territorio, in relazione ai media, le radio, la televisione.
P- Il pubblico ci rispetta, ci segue, ma è possibile grazie a internet, non grazie ai media, alla Municipalità, perché non c’è un luogo di comunicazione culturale.
LM- Abbiamo aderito durante il Carnevale alla protesta promossa da Alessandra Leao, di non suonare in luoghi pubblici, per un problema di pagamenti che per gli artisti locali arrivano sempre con grande ritardo, anche 6 mesi dopo, e a fatica, mentre le risorse vengono utilizzate per chi viene da fuori, facendo leva sull’irrinunciabilità da parte nostra di suonare durante il Carnevale. E’ una grande mancanza di rispetto, Santo de casa non faz milagres

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Naçao Zumbi al Carnevale di Recife

I cambiamenti politici, le presidenze Lula e Roussef, che segno hanno portato nel Nordest?
E’ cambiato tutto, è migliorata la gestione culturale, l’economia, tutto. Il NordEst rimane sempre un po’ ai margini, le cose cambiano, migliorano, c’è crescita, ma il gap fra il Nordest e il resto del paese rimane inalterato, tutto cresce in proporzione, ma non si colmano le distanze, i ritardi. Ci vogliono molti anni di lavoro politico dedicati a questa regione. Lula lo ha capito sin dall’inizio della sua presidenza, che bisognava dedicarsi particolarmente a questa regione, lui stesso è nordestino, dunque ha investito molto, ci sono stati molti miglioramenti. C’è molto da fare, ma è stato già fatto parecchio.

A Recife c’è lo stesso problema che affligge Bahia, il crack, la violenza..?
Il crack c’è dappertutto, adesso si sta espandendo nell’interno del Paese, non solo più nelle città. E’ un’epidemia, ed è soprattutto un problema di salute. Prima che di sicurezza e di tutto il resto, è un’enorme problema di salute pubblica.

E la Chiesa evangelica?
Continua sempre a crescere, è un fenomeno molto preoccupante, pericoloso, perché ora è compromessa con la politica, con i media, possiede televisioni, molte radio. Ha molto potere, non è proprio per niente una cosa buona.

Si può dire che esiste un asse Sao Paulo- Recife ora in campo musicale, che si estende a quello che sta succedendo in Parà, a Belem, con Gaby Amarantos, Felipe Cordeiro, Pio Lobato?
Noi conoscevamo la musica del Parà da molto prima che il fenomeno diventasse riconosciuto a livello nazionale, c’è una relazione molto forte fra il Pernambuco e il Parà. Musicisti come Pinduca, di carimbò, sono sempre stati molto popolari a Recife, come la guitarrada, la musica definita “brega. Attualmente Sao Paulo è una città che promuove gli incontri, persone di ogni parte del Brasile vi si incontrano, e noi stessi ci stiamo vivendo per questo. Felipe Cordeiro, i Cidadao Instigado, Gaby Amarantos vivono lì, Siba… tutti vivono in Sampa, per rendere possibile l’incontro e l’interazione musicale. A Recife torniamo spesso, abbiamo tutti figli, una famiglia là, Dengue è tornato a vivere a Recife. Sono città molto differenti, per qualità di vita, possibilità per i bambini, stimoli culturali, scuola, possibilità di lavoro.

Come funziona il processo compositivo della Naçao?
E’ un processo collettivo, lo è stato sempre, fin dall’inizio. E’ molto più facile lavorare così.
Bisogna essere molto aperti, disponibili, per lavorare così. E’ molto raro in Europa…
Non solo in Europa, credo sia così in tutto il mondo. Ma allo stesso tempo, è un fenomeno che succede raramente: un gruppo che compone insieme, e riesce bene, è una cosa che succede solo di tanto in tanto, e che dura poi per tanto tempo.. Generalmente parte tutto da una sola testa, che pensa a tutto, mentre gli altri eseguono solamente.

Nel progetto di Marisa Monte, è per me una pena che non ci sia un po’ di quel suono tanto particolare e “diagonale” che avete anche nei progetti individuali..
Quando lavori con Marisa, è tutto al suo servizio. C’è un dialogo apertissimo con il gruppo, con tutti, quando si fanno gli arrangiamenti. Siamo riusciti a portare i nostri timbri, ma sempre al servizio della musica che lei vuole fare.

L’ultima domanda è sui vostri progetti futuri..
L’ottavo disco è già registrato, l’abbiamo inciso prima di partire in tournée. Nel frattempo i musicisti che non sono con noi stanno curando i loro progetti individuali, e appena torniamo in Brasile cominciamo a lavorare sulla registrazione. Cominciamo ad ascoltare, a editare, per uscire all’inizio del prossimo anno, il 2014.

Poi verrete a suonare in Europa?
Dopo la tua intervista sicuramente, verremo a suonare in Italia.

Intervista per Il Manifesto del 15 luglio 2013


Caranguejos com cérebro - Il manifesto del manguebeat