venerdì 8 aprile 2016

Quel ritmo che corre veloce nella rete – Intervista a Zeca Baleiro


Compositore, cantante, cronista, Zeca Baleiro è una delle voci più originali del ricchissimo arcipelago delle musiche brasiliane degli ultimi anni. Attivo in maniera professionale ormai dal 1997, fa parte di quella generazione di passaggio fra l’epoca dei grandi interpreti ben proiettati sulle scene internazionali degli anni 60 e 70, e i giovani che viaggiano velocissimi sulla rete. Dal profondo Nordeste alla futuribile São Paulo, ci ha raccontato un po’ della sua traiettoria, dalla passione per le musiche dei ciechi alle novelas della Rede Globo, all’impegno con la sua etichetta discografica, alla valorizzazione e alla scoperta di quanto anticonvenzionalmente batte forte nella canzone brasiliana. Lo scorso mese è stato pubblicato un disco dal vivo, Ao vivo – Calma aì coraçao, mentre in questi giorni vede la luce in Brasile un libro, A Rede Idiota, che raccoglia una serie di articoli su argomenti vari da lui pubblicati su quotidiani e riviste.

zeca

Sono stato in Portogallo, Germania, Francia, Spagna, Olanda, del “blocco” di Paesi che hanno una relazione culturale con il Brasile, mancava solo l’Italia: è stato per caso, per una serie di circostanze. Ho sempre avuto grande curiosità per l’Italia, ma non è capitato. Quando sono stato chiamato per il Festival nel settembre scorso, tutto quello che sapevo mi era stato detto dagli amici che ci erano già stati, gli italiani che vivono a São Paulo, come me. Artisti come Chico Buarque, o Toquinho, hanno una relazione profonda con l’Italia, ci hanno vissuto negli anni 60, trasmettendo molte informazioni, ma sono passati 50 anni, e sarebbe meglio per gli italiani che amano la musica e per gli artisti della nuova generazione che si compisse questo transito. La visione che si ha in Brasile della musica italiana è molto distorta, c’è molto mainstream: Zucchero, Ramazzotti, la Pausini. Nel mio show ho usato Sapore di sale per scherzare con questo aspetto della nostra cultura: sono canzoni che hanno abitato molto il nostro immaginario, durante la mia infanzia, l’adolescenza, c’era molta musica italiana in tutti gli angoli del Brasile, nel Maranhão dove vivevo.

Il Maranhão, il Nord del Paese, è un posto dimenticato dai media, dalla stampa… Tu hai rifiutato l’offerta di assessorato alla cultura dello Stato.

Il Maranhão è ricordato solo per gli aspetti negativi: la violenza, le aggressioni. Quella dell’assessorato era un’idea ben sciocca. Io faccio musica, preferisco fare politica aggregando le persone, contaminandone le idee, contagiandole con le mie idee. Purtroppo la politica in sé ha finito per essere associata a un affare sporco, al marciume, alla corruzione, non mi piacerebbe vedermi associato a questo. Ho già sostenuto dei politici con la mia immagine pubblica, ma me ne sono profondamente pentito, e non lo rifarei.

C’è stata una polemica riguardante una musica del tuo ultimo disco, nella quale dicevi che Caetano Veloso non può essere l’arbitro delle arti.
Io adoro Caetano Veloso, come Gilberto Gil, Milton Nascimento, e sono naturalmente influenzato da quanto hanno fatto. Quello che a me sembra un abuso di potere è che dall’alto della sua autorità di grande maestro decida cosa è buono e cosa no. E’ molto paternalista, non mi sembra onesto. Chico Buarque non lo fa, fa le sue cose, i suoi show, mentre Caetano è diventato ossessivo con questa storia, politicamente ossessivo. Ciò non toglie che la loro generazione, quella degli anni 60, è probabilmente ancora la più brillante della musica brasiliana. Penso a Edu Lobo, Tim Maia, Geraldo Vandré. E’ una questione di marcare il territorio, come un leone, un “leaozinho”.. la mia è una critica politica, non artistica. Gli ho anche scritto a proposito di questa polemica, mi ha risposto con molto affetto, ogni volta che ci incontriamo è un incontro molto affabile. Anche Nelson Motta, che è un uomo molto brillante, fa lo stesso, decreta cosa è buono e cosa no, chi vale e chi no… ma chi li ha investiti di questa carica? Lo trovo irritante, perché si finisce col condannare artisti buoni, interessanti.

Sembra che il Brasile viva una grande primavera artistica: è solamente un’impressione, una faccenda mediatica o è davvero così?

Non è solo una questione di media, c’è una grande produzione, artisti che i media abbracciano e altri che restano ignorati, soprattutto se geograficamente periferici, lontani da São Paulo. Nel Maranhão c’è un panorama culturale e musicale ricchissimo che ancora non è arrivato ai media. Artisti che iniziavano quando ho lasciato lo Stato. Ma come ovunque, i grandi media sono parziali. Quello che succede in questo momento particolare, è l’unione della grande produttività che c’è sempre stata in Brasile, con l’accesso ai mezzi tecnologici, e alla possibilità di diffusione, di comunicazione. Quando io ho cominciato, registravo in audiocassetta, oggi chiunque registra, colloca in rete, e con un click si ottiene una qualità professionale. Qualcosa inimmaginabile 25 anni fa.

C’è un supporto del governo alle politiche culturali?

Ci sono delle cose, è stato di recente votato un provvedimento che elimina l’imposta sulla produzione dei cd, che era molto cara. La produzione è molto cara, ci sono le lobbies della zona franca di Manaus, intrecci di interessi politici. Malgrado la crisi del disco, questo è un mercato ancora molto redditizio. Ma una cosa è la produzione culturale, e diverse sono le politiche culturali. Dalla gestione di Gil, che non toccò temi che andavano affrontati, come la Ecad e i diritti d’autore, la diffusione radiofonica con le “mance” e le prebende, pure si sono fatti passi avanti, cui hanno poi dato seguito Juca Ferreira e ora Marta Suplicy (i successivi ministri della cultura – NdT). I “Pontos de cultura” che il governo Lula ha diffuso nelle zone più povere del Paese sono una cosa incredibile, che continuano a generare cultura, e cultura locale. Ora ci sono i “vale cultura”, biglietti per assistere agli spettacoli che vengono dati a operai, impiegati, e sui quali ci sono tante polemiche, come è stato per la “Bolsa Familia” (un programma introdotto da Lula nel 2003, del tipo conditional cash transfer: piccole somme di denaro alle famiglie più povere a patto che queste rispettino alcune condizioni, come l’ accesso regolare a servizi sanitari e scolastici . Esteso su 5.565 municipalità è arrivato a coprire nel 2011 13,4 milioni di famiglie con un budget di 11,4 miliardi di dollari – NdT) che si diceva andasse a gente che non ne aveva bisogno. Ma, aldilà delle polemiche, se qualcuno può avere dei biglietti per assister a spettacoli culturali, credo sia sempre positivo. Se poi quel biglietto viene utilizzato per Tchaikovsky o per un baile funky, questo è un problema di chi va allo show.

a rede idiota

Come è stata la tua crescita artistica, il tuo sviluppo dall’embolada (un ritmo nordestino che unisce poesia e musica) tanto presente nei primi lavori alla musica che fai oggi?

Sono nato a São Luís, la capitale del Maranhão, per caso, la mia famiglia abitava in una città dell’interno a due ore di distanza, su un fiume attraverso il quale arrivarono molti arabi, libanesi e siriani. C’erano solo arabi e portoghesi. I miei nonni erano siriani, si stabilirono lì e aprirono un negozio. Mio padre aveva una farmacia al centro del paese, la vita culturale era vivace, l’ intenso passaggio di collegamento fra il sertao e São Luis, è lo stesso che ha sperimentato Tom Zè nella sua città a Bahia, Irarà. Ho pensato di scrivere una canzone su questo: il nome della mia città, Arari, è il palindromo della sua. Lui racconta come ha visto caboclos (meticci di indios e europei), matutos (abitanti della mata, del sertão), coloni, raccontare storie che hanno formato la sua immaginazione. A me è successo un po’ lo stesso: emboladores che suonano il pandeiro, improvvisando rime – quello che fanno i rapper oggi esisteva già da molto tempo – repentisti, suonatori di fisarmonica ciechi, felliniani. Io avevo una passione così grande per i ciechi che nel mio primo concerto aprivo con la fisarmonica cantando canzoni di ciechi, facendomi accompagnare dal figlio adolescente di un mio amico come se fossi cieco, così le persone finivano per credere che lo fossi davvero, e in platea dicevano “poverino”, e non sapevo come uscire da quella finzione, era persino pericoloso.. La musica di strada è stata la mia prima informazione musicale, poi è arrivata la radio, che a casa mia era sempre accesa. Suonava Peppino di Capri, Elton John, tutto, Adoniran Barbosa, Gal Costa, Luiz Melodia, Sergio Sampaio, Martinho da Vila,  Odair José. All’epoca la radio era molto più completa, ampia di oggi, meno frammentata: oggi hai un canale di samba, uno di pagode, uno di rap, uno di rock. All’epoca c’era la dittatura militare, ma non esisteva ancora quella del mercato, che in quel periodo si stava rafforzando fino a diventare quello che è oggi. A volte è una dittatura persino più forte: la dittatura militare ha generato cose incredibili, come Gonzaguinha, Milton Nascimento…

Quindi, dopo la stagione tropicalista, che aveva mescolato tutto, ora il mercato ha di nuovo diviso i generi? Si torna indietro?

Io non lo faccio, al contrario, cerco di mischiare il più possibile, per “embalar”, per confondere.. La radio per tutta la mia generazione è stata fondamentale, siamo tutti figli della radio, che era molto diversa…oggi non la ascolto più.

Hai suonato per il pubblico italiano senza proporre un set speciale, “da gringos”, come fanno molti altri, sembrava una proposta più “autentica”, e la scelta del repertorio, ugualmente non era tanto ovvia.

Per me è importante stabilire una relazione,che vada oltre lo show, dire cretinate, ridere: non è solo musica, è anche uno spettacolo di intrattenimento, bisogna riflettere ma anche divertirsi. E avevo tempo a sufficienza per mostrare un po’ i miei vari dischi.

La tua traiettoria, da São Luis a São Paulo?

E’ stata una lunga storia, la canzone nella novela della TV Globo (A Flor da Pele, con Gal Costa, 1997), 15 anni di sotterraneo, di inferno. Poi è arrivato il purgatorio, suonando prima nei bar di São Luìs, poi in Minas Gerais, a Belo Horizonte, dove abitavo, e infine a São Paulo, a produrre musiche di spettacoli per bambini, fino a riuscire a registrare. All’epoca sembrava una cosa impossibile, irraggiungibile: in studio? C’è Frank Sinatra… Oggi qualsiasi ragazzo ha il proprio studio in casa, questa facilità tecnologica ha cambiato tutto, nel bene e nel male. E’ più facile produrre, ma allo stesso tempo si coltiva l’illusione che attraverso la tecnologia tutto possa diventare buono, e non è vero, se non c’è la materia prima essenziale, che è l’artista, il creatore, non c’è tecnologia che salvi, puoi andare ad Abbey Road e non funzionerà lo stesso.



Hai anche un’etichetta discografica

Il lavoro della mia etichetta, la Saravà, è stato sempre in perdita, come mettere una pompa di benzina nel deserto del Sahara: è un’etichetta di dischi fisici nell’era del download, degli mp3. Ma va avanti, è un lavoro appassionato, c’è bisogno di produrre artisti differenti, io ho già fatto fin troppi dischi, posso anche non farne più…ho la sacca piena di nuove musiche, ma posso metterle su internet, non è necessario che ne faccia dei dischi, mentre voglio che artisti più nuovi, che ho scoperto, abbiano questa possibilità. Per quanto riguarda il Maranhão, non ho mai spezzato il legame con esso, ora sto partecipando alla produzione di un musicista di 60 anni di là, Joãozinho Ribeiro, un tipo brillante, non un grande cantante, ma un ottimo cantautore, un poeta incredibile.

Io non smetto mai di comporre, è il mio piacere maggiore. Il palco è fantastico, ma il piacere di comporre una musica nuova è per me incomparabile, mostrarla agli amici, alla famiglia … penso sia lo stesso per tutti i compositori, anche per un settantenne come Chico Buarque, perché ogni canzone è nuova, per quanto ripeta i cliché che ha ogni compositore. La scelta di tenerle per sé o darle ad altri è intuitiva, lo capisci quando la scrivi. Immagino anche moltissimo, quando compongo. Ho scritto tre pezzi per Nana Caymmi, che adoro, e non glieli ho mai mostrati, per timidezza.. magari lei un giorno mi chiama per chiedermi un pezzo, e io ce l’ho già pronto. La timidezza non mi ha mai lasciato, anche con Gal Costa, l’invito è partito da lei (per A Flor de Pele).  Ora ho un progetto per un disco di samba, a cui voglio invitare Martinho da Vila, che è mio amico e con lui non ho problemi, ma anche Paulinho da Viola, di cui non sono amico, e per me è un problema… Sto portando a termine un disco per bambini, con varie partecipazioni, Tom Zé, Bluebell, MC Gaspar, Fernanda Abreu, 28 pezzi di mia autoria, sarà in due volumi: canzoni su animali, giochi di parole, scherzi…lo chiamo la mia Arca di Noé, perché lo hanno già cantato gli MPB4, è stato molto emozionante. Uscirà con un dvd registrato dal vivo a Rio nel novembre  del 2012. Per la mia etichetta ho appena realizzato una raccolta di Wado, un compositore mio collaboratore che adoro e che è molto poco conosciuto, per la grandezza del suo talento. E ho appena lanciato un disco di Vanusa, una cantante che fece molte cose azzardate, e che ultimamente è tornata alla ribalta in maniera disastrosa per la sua interpretazione dell’Inno nazionale all’Assemblea legislativa di São Paulo, nel 20069,  che ha avuto migliaia di visualizzazioni su Youtube. Un disastro, lei stava male a causa degli antidepressivi che prendeva, mischiati all’alcool. Allora ho pensato di riunire un gruppo di amici per risollevare la sua carriera, lei è stata molto importante, e canta ancora bene, ha voce. In un’epoca molto difficile è stata una pioniera, cantando musiche femministe durante la dittatura. Negli anni 70 lanciava grida di liberazione femminile.. una figura importantissima in un ambito popolare, lontana dall’elite della MPB alla Chico Buarque. Anche Maria Alcina ha pubblicato un disco nuovo, per i 40 anni di carriera (“De normal bastam os outros”) ho scritto un pezzo per lei, “Eu sou Alcina”. Quella generazione è di grande ispirazione, oggi tutto sembra così più facile, ma sul piano comportamentale la gente è molto più sciocca, conformista, noiosa.. Ho una grande ammirazione per Wanderlea: portare quelle gambe in televisione, quando non lo faceva nessuno, era molto azzardato. Ho prodotto un disco di Odair José, il Johnny Cash del serrado … Caetano, per esempio, ha sempre difeso Odair José, ma non ha mai fatto nulla per lui. Arrigo Barnabé, è un genio ugualmente dimenticato, si trova in una fase meravigliosa, ora sta facendo un disco con Luiz Tatit.

Scrivi anche su carta e sul web

La mia attività di scrittore è cominciata in maniera del tutto casuale, in un momento che ero molto coinvolto in una faccenda che mi infastidiva. Se fosse penetrata nella musica, sarebbe diventata amara, e io voglio che la canzone, per quanto profonda, porti con sé leggerezza. Così ho cominciato a scrivere sul mio sito, rispondendo alle sollecitazioni del pubblico, mi è piaciuto, e non ho resistito alla tentazione di scrivere per la rivista … è durato cinque anni, ho smesso perché ero oberato di impegni, ed ora sto compilando un altro libro, che forse uscirà il prossimo anno. E’ una specie di hobby, qualcosa di distensivo, di differente dalla musica, perché posso affrontare forse questioni che non stanno in una canzone…sono testi leggeri, cronache, non ho la pretesa di essere scrittore. Un’altra cosa che vorrei fare nella vita è il cinema, magari in collaborazione con qualcuno, fare una regia…non so se avrò abbastanza vita per riuscire, ma mi piacerebbe.

versione integrale dell’intervista apparsa su Il Manifesto il 27 agosto 2014


mercoledì 10 aprile 2013

Marisa Monte, musica infinita particular




Immagine di un Brasile che interloquisce con un mondo più vasto della platea statunitense che fa uso di bossanova come della “pequena notavel” Carmen Miranda, Marisa Monte torna in Italia ancora una volta, dopo parecchi anni e una figlia, per un’unica data all’Auditorium Parco della Musica di Roma il prossimo 16 aprile, grazie alla collaborazione dell’Accademia di Santa Cecilia con l’Ambasciata brasiliana.

Allergica alle definizioni e capace di sviluppare un universo che resti “infinito particular” pur nell’utilizzo di un linguaggio pop aperto al dialogo con mondi musicali differenti e spesso sorprendenti, animale da palco come pochi e fermamente alla guida del suo lavoro e della sua produzione porta in concerto il suo ultimo lavoro discografico, l’ottavo, “O que voce quer saber de verdade” mischiando ancora le carte e avvalendosi di una formazione segnata dalla presenza del trio basso-chitarra-batteria dei Naçao Zumbi, gruppo di punta dell’esplosione manguebeat dei primi anni 90 in una Recife, profondo Nordeste, distante anni luce dalla Rio intellettuale e borghese in cui Marisa nasce e si forma.

Dalla parentesi italiana che la vede studiare lirica, alla collaborazione con l’eclettico Arto Lindsay, alla frequentazione assidua dei Novos Baianos e della scuola di samba di Portela, per cui ha prodotto un album “Tudo azul” e un documentario “O misterio do samba”, per registrare tante musiche di tradizione orale mai incise prima, alla rilettura di tutto quanto ha segnato la sua formazione musicale e  il suo gusto, da Tim Maia a Caetano Veloso, alle collaborazioni assidue con una buona fetta delle avanguardie americane, con maestria e intelligenza e senza mostrare mai timori reverenziali, interprete globale che riesce a conciliare il successo in patria con quello internazionale – caso assai raro per il Brasile- con tono lieve e un divertito italiano ha risposto a qualche nostra domanda.

Marisa Monte e Zeca Pagodinho cantano con A Velha Guarda de Portela nel film "O misterio do samba"

Parli italiano, hai studiato a Roma e Venezia, il tuo primo successo è la versione che Nelson Motta, (critico musicale, giornalista, autore di canzoni, personaggio cruciale della musica del Paese dagli anni 60 e ancor oggi attivissimo - che in quegli anni lavorava alla Telemontecarlo di proprietà della Rede globo) ha scritto per te di “E po’ che fa” (Bem que se quis) di Pino Daniele. Qual è il tuo legame con l’Italia?

Sento l’Italia come una seconda casa, vi ho vissuto un anno quando ne avevo 18, ero da sola ed è stato per me un momento molto importante, di maturazione, di grandi esperienze. In Brasile il mio primo successo è stata la canzone di Pino Daniele, i Tribalistas hanno avuto molta fortuna da voi, adesso Mina canta una mia canzone (“Ainda bem” in Piccolino), e io ne canto una sua nei concerti in Brasile (“Sono come tu mi vuoi”). Come sempre è una grande emozione tornarci adesso, dopo tanti anni, per cantare la mia musica, musica brasiliana, portando con me questo sentimento di familiarità che ho con l’Italia e con gli italiani. Il mio italiano è un po’ fuori uso, ma appena torno in pochi giorni ritrovo tutto, è come fare il download di un programma,  una sensazione molto bella.  
L'omaggio di Marisa Monte a Cassia Eller


Fra le influenze che da sempre ti vengono attribuite, c’è quella tropicalista. Europa e Stati Uniti sono stati e sono ancora fortemente affascinati da quella stagione, al punto che spesso non riuscivano a vedere altro  della musica brasiliana. Per te e più in generale per un’artista della tua generazione cos’è il tropicalismo?

E’ stato un momento della musica brasiliana originale, di invenzione, in cui si affermavano i valori brasiliani in musica, ed è stato un momento di rottura con i “padroni” dell’epoca, che marginalizzavano la cultura popolare. I ragazzi del tropicalismo hanno messo insieme i diversi aspetti della musica brasiliana, mettendo da parte i preconcetti hanno creato una cosa originale, che affermava l’identità brasiliana. E’ molto interessante vedere che mentre in Europa il tropicalismo è molto conosciuto, negli Stati Uniti, a causa della diffusione della bossanova, è stato scoperto molto più tardi, da poco.
 
Carlinhos Brown, Marisa Monte e Arnaldo Antunes: Tribalistas
     
           Una lunga collaborazione ti lega con Carlinhos Brown e Arnaldo Antunes, due musicisti molto differenti, ben oltre e prima del capitolo Tribalistas, come funziona questo lavoro comune, e perché proprio loro?
      
      Io credo che la bellezza sia proprio nelle differenze: Arnaldo è di Sao Paulo, Carlinhos di Bahia e io di Rio, e questa diversità riflette quella della cultura brasiliana, che si forma con elementi diversi. E’ molto difficile parlare di cultura brasiliana senza considerare le differenze, la varietà, le misture. Forse il successo della mistura che c’è fra noi è ugualmente il riflesso di una mistura più ampia, che si trova negli elementi culturali del Paese. Quando ero adolescente, Arnaldo era nei  Titas,un gruppo  che mi piaceva moltissimo, così quando ho iniziato a cantare l’ho cercato – perché cantavo musiche del gruppo, e per chiedergli di cantare le sue canzoni (all’epoca aveva già intrapreso la carriera solista), e che ne scrivesse per me. Sarà stato il 91. Carlinhos l’ho conosciuto un po’ dopo, nel 92, suonava con Caetano Veloso, ed era già il compositore impressionante e il musicista geniale che è oggi. E’ stato tutto molto naturale, credo che queste collaborazioni nascano dall’ammirazione reciproca, che ne produce la riuscita, permette uno scambio di informazioni. Dopo dieci anni di collaborazione è nato il progetto Tribalistas, da allora sono passati ancora dieci anni, e noi continuiamo a lavorare insieme, c’è una grande amicizia, e la “fiamma” dell’ispirazione è ancora forte, e viva.

Un altro nome ricorrente nei tuoi lavori è quello di Arto Lindsay, produttore  di 4 dei  tuoi album, e di una certa avanguardia americana, da Zorn a Laurie Anderson, Ribot, Glass passando per Bernie Worrell e Sakamoto, fino a Erik Friedlander e Marty Elrich che partecipano all’ultimo disco. Come entra la musica di sperimentazione nel tuo lavoro?

Tutto è molto sperimentale, perché la musica è una cosa che nasce dai tentativi, una cosa astratta che va      provata per sentire come suona. Arto è venuto in Brasile a tre anni, ed è tornato negli Stati Uniti a 18, è cresciuto qui, ha una propria identità brasiliana, conosce perfettamente tutti i valori della musica brasiliana. E’ stato per me un ponte perfetto fra il Brasile e il resto del mondo in quel momento. Siamo ancora molto amici, lui abita a Rio ormai da parecchi anni, io desidero sempre lavorare con lui, lo sento molto vicino.

Arto Lindsay

“O que voce quer saber de verdade”, l’ultimo disco, vede  il più potente “power trio” della musica brasiliana degli ultimi 15-20 anni, Lucio Maia, Dengue e Pupilo, chitarra, basso e batteria della formazione manguebeat Naçao Zumbi, che sono con te anche in tour. Cosa ha portato nel tuo suono, e cosa porta in concerto?
     
      Loro sono molto speciali, suonano insieme da 20 anni: non sono un basso, una chitarra e una batteria, ma una macchina che lavora insieme con una identità propria. E’ un onore avere musicisti così, con una identità di questo tipo. Li ho invitati a suonare con me nel disco, abbiamo fatto altre piccole cose insieme, ma non sapevo di poterci contare per il tour, perché hanno la loro carriera, i loro impegni. Invece  hanno voluto esserci, ed ora è quasi un anno che siamo in giro, e funziona benissimo. Roma  è una delle pochissime date del tour europeo in cui suoneremo senza scenario, perché non è stato possibile montarlo. Mi piace moltissimo la Sala Santa Cecilia, ha un’acustica perfetta, ma è un peccato che non si possa allestire la scena, in quella sala magica.  Oltre ai Naçao Zumbi c’è un tastierista che suona con me da tanti anni (Carlos Trilha), Dadi (Carvalho)alle chitarre che pure è con me da molto ed è stato in tour coi Tribalistas, e poi c’è un quartetto d’archi: due violini, una viola e un violoncello. E’ un concerto molto versatile, con musicisti di grande esperienza, davvero siamo molto felici di essere insieme.

Naçao Zumbi

La musica alta e la musica bassa, la tradizione e la sperimentazione, l’atteggiamento “antropofagico”  dal manifesto del 1929 di Oswald de Andrade, passando per tropicalismo e per il “vale tudo” di Tim Maia, fino ad arrivare alle critiche che ti sono state mosse negli ultimi mesi di troppa indulgenza per la musica “brega” (musica romantica sciatta e banale), qual è la tua idea?  

Io non lavoro con le etichette, io lavoro con i sentimenti, le emozioni, i messaggi, dunque a me non servono molto queste critiche perché io non ho preconcetti. I preconcetti non aiutano la creazione, piuttosto servono a chi ci lavora, a chi lavora con le definizioni, i preconcetti, i limiti. Io non cerco limiti quando voglio creare, e penso che anche i tropicalisti abbiano subito le stesse critiche. Quello che per me resta più importante è che il mio lavoro comunichi con l’anima di tante persone, cerco questo, trovare una comunicazione con altre anime e con i sentimenti più profondi. E’ possibile farlo con Villa Lobos come con qualsiasi stile, qualsiasi genere, qualsiasi canzone, ed è il più bell’insegnamento che può dare il Brasile: non essere separatisti, ma mescolare e accettare gli altri come una cosa familiare, interessante.


Sei sulle scene da anni e hai diversi dischi all’attivo, c’è un tratto comune nella costruzione dei tuoi lavori, nella scelta dei brani, del repertorio, dei musicisti? Dei luoghi o dei momenti nei quali componi meglio?
      
      Il silenzio è il punto d’inizio per la musica, è il suo comincio. Il silenzio è molto musicale e deve esistere perché sia riempito di suono. A me serve solo un luogo tranquillo, perché sia più facile sentire le musiche che sono intorno a noi.

      Dilma Roussef, la presidente, la sua istituzione del giorno nazionale della MPB il 17 ottobre, data di nascita di Chiquinha Gonzaga. Il Brasile di Dilma, la situazione femminile e quella delle musiciste: cosa è cambiato?

E’ un cambiamento molto sottile, ma credo sia molto importante avere una donna nella carica più alta del Brasile, Dilma ha un consenso impressionante, credo stia facendo un bel lavoro, è una voce di comando potente. Certo sarebbe molto meglio se potessimo avere un maggiore equilibrio fra i generei nei posti di comando in tutte le sfere del potere pubblico. Dilma è la prova che siamo capaci, le donne sono molto attente, pratiche, hanno giudizio, e questo è parte della loro natura.


Le musiciste brasiliane si liberano dal ruolo esclusivo di interpreti e diventano compositrici, arrangiatrici, produttrici, una nuova generazione viene su più “politically uncorrect”, penso a Gaby Amarantos, Andreia Dias o Karina Buhr. Tu che sei nel mezzo fra le giganti degli anni passati e le nuove 20-30enni come le vedi?
      
      Mi sembra una cosa notevole, che  tutte le cantanti della nuova generazione oltre a essere ottime interpreti siano anche compositrici e tutto il resto. E’ una maniera di portare il sentimento, la sensibilità femminile nella musica. Soprattutto trovo molto importante che le donne compongano, perché fino a pochi decenni fa le canzoni interpretate da donne erano sempre  scritte da uomini. Forse è un effetto della maggiore partecipazione delle donne alla vita della società, ed è molto importante che succeda finalmente anche in musica.


sabato 30 marzo 2013

Can I be Satwa?

Dentro e fuori il Brasile, il pernambucano Lailson de Holanda Cavalcanti è conosciuto per la sua opera di illustratore. Nel mondo, il suo prestigio deriva tanto dal suo disegno quanto dalla sua musica.
E' di sua autoria la serie classica Pindorama, in cui racconta la storia del Brasile, dall'arrivo dei portoghesi fino all'era Fernando Henrique & Lula.
A 17 anni, abitando negli Stati Uniti, Lailson comincia a pubblicare i suoi lavori nel giornale The Pine Cone (Arkansas), per i quali riceve l'Award for Best Original Artwork, conferito dalla Arkansas High School Press Association.
Lailson de Holanda

La musica arriva verso la fine degli anni 60, quando, di ritorno in Brasile, comincia a dividere la sua arte con il rock e il folk. Forma la band Phetus - uno dei gruppi seminali del rock pernambucano degli anni 70 - con il chitarrista Paulo Rafael e Zé da Flauta (flauto). Nel 1973, incide con Lula Cortes l'album strumentale Satwa, considerato il primo disco indipendente edito in Brasile - oggi ristampato dalla Time-Lag Records (e nel 2012 dalla Mr. Bongo).
Registrato negli studi della leggendaria Rozemblit, Satwa è la prima uscita dell'etichetta Abrakadabra, realizzata dal poliedrico artista Lula Cortes e dalla designer, oggi cineasta, Katia Mesel.
Lailson lascia il segno della sua chitarra nordestina a 12 corde anche a fianco del gruppo che suona in Paebirù.

Inciso nel 1973, Satwa mostra la coppia Lailson/Cortes presa in una lisergia post flower-power, capace di  impressionare gli incauti ascoltatori in pieno 2008. Brani come "Alegro Piradissimo", "Valsa dos Cogumelos", o "Blue do Cachorro Muito Louco" non lasciano dubbi sul contenuto del vinile - "crudo", ma con un suono eccellente.
Anche Robertinho de Recife appare nel disco, suonando la chitarra solista nella viaggiante lentezza di "Blue do Cachorro Muito Louco" ("Blues del cane molto matto" - NdT).

Il suono dominante nel disco è, comunque, un folk nordestino/orientale, risultato della mistura della cetra  popolare, portata dal Marocco, suonata da Lula, il tricordio*, e la viola nordestina (o caipira) a 12 corde di Lailson.
Prodotto della scena nordestina post-tropicalista, come recitano le note di copertina, Satwa viene realizzato negli studi della Rozemblit, a Recife, fra il 20 e il 31 gennaio 1973. A tiratura limitata e distribuzione essenzialmente regionale, il disco scompare appena viene distribuito, restando una leggenda per il resto del Brasile. L'americana Time-Lag lo ha ristampato con il nome di Satwa World edition.

Com'è stato realizzare Satwa nel 1973, a Recife? Immagino le difficoltà incontrate...

E' stato una sfida, un divertimento e un grande viaggio. Nell'agosto del 1971 ritornavo dopo un anno come borsista negli Stati Uniti, dove ho abitato per un tempo abbastanza lungo in Arkansas e poi a New York.
Prima di partire avevo già una garage-band con Paulo Rafael (che oggi suona con Alceu Valença e che ha suonato con me e Zé da Flauta nei Phetus), e, al mio ritorno a Recife ho trovato una città abbastanza agitata.
Nel novembre del 1972, il Dipartimento di Medicina decise di organizzare il nostro "Woodstock" locale, la Feira Experimental de Musica de Nova Jerusalem, due giorni di "rock dal tramonto all'alba", e mi chiamarono per coordinare la parte musicale dell'evento, dato che transitavo già per le più disparate formazioni della città. Lì ho conosciuto Lula Cortes e abbiamo iniziato ad essere molto amici, poichè avevamo molte cose in comune (disegno, pittura, poesia, musica, psichedelia).
Finito il festival, abbiamo cominciato a incontrarci regolarmente a casa sua e a creare una musica diversa, io con la viola a 12 corde e Lula con il tricordio che aveva portato dal Marocco.
Le mie influenze erano rock e blues. Lula, per  la scala propria del suo strumento orientale, creava melodie che sembravano raga indiani. Avevamo tutti e due un "accento" nordestino che traspare dalle musiche che componevamo in quel periodo.
Cominciammo a registrare in casa quello che stavamo facendo, le persone arrivavano in casa per vedere cosa succedeva, e da lì a decidere di incidere un LP fu un passo.
Io stavo mettendo insieme un po' di soldi per viaggiare, ma decisi di investire in quel progetto.
Quindi, Satwa è il risultato di tutto questo, di di tutto quel momento, e di quella epoca.

Satwa è considerata la prima produzione indipendente del rock brasiliano. Oggi, questo ti spaventa?

Come ti ho detto: registrare un disco era una cosa tanto naturale che non pensavamo neanche che questo non fosse il tragitto normale. La Rozemblit, malgrado fosse antica, era accessibile (è stata la prima etichetta brasiliana a pubblicare, in una compilation, un pezzo di Ray Charles) e senza nessuna attenzione, nessuno se ne curava.
Lì avevamo tutto quello che ci serviva: studio, stampa e grafica.
Abbiamo affittato lo studio dal 20 al 31 gennaio del 73 e abbiamo registrato di notte, di sera, a qualsiasi ora, facendo l'alba.
Facemmo molte ore di registrazione, facendo variazioni sui temi che stavamo componendo, dei quali selezionammo le versioni che ci sembravano migliori.
Lo studio aveva limitazioni tecniche che è state molto divertente aggirare, come per esempio il fatto che se io facevo un overdub dovevo suonare incollato alla cabina del suono, altrimenti si produceva un delay.
Anche la copertina è stata un processo collettivo: il design è di Katia Mesel, la fotografia della copertina è un esperimento di Lula (Cortes, ndt) le altre fotografie sono di Paulo Klein e ci sono due disegni miei nella controcopertina.
Sicuramente sapevamo che stavamo facendo qualcosa di nuovo, ma non immaginavamo di essere pionieri nella produzione di rock indipendente. Questo l'ho saputo quasi 20 anni dopo, attraverso i ricercatori.

Rispetto al suono: cosa pensavate, tu e Lula Cortes, mentre lo facevate. Cosa ascoltavate per creare Satwa?

Satwa è una parola in sanscrito che si può tradurre come fosse il tramite, l'equilibrio, l'armonia fra il corpo materiale e il corpo spirituale. E' questo il concetto fondamentale del disco: un equilibrio fra due cose differenti che si armonizzano.
Il cervello umano ha due emisferi, così come il pianeta Terra, e ambedue si equilibrano, anche attraverso i conflitti. La musica dell'emisfero occidentale, sia blues o repente de viola (musica trad. nordestina di improvvisazione su viola caipira, una sorta di chitarra un po' più piccola a 10 corde - ndt) porta in sè elementi di cultura orientale.
Recife è, allo stesso tempo, un piccolo posto sulle rive dell'Atlantico e una città cosmopolita in contatto col resto del mondo. La musica prodotta qui è musica prodotta sul pianeta Terra. Satwa, musicalmente, trasmette tutti questi incontri.
Il disco presenta questa dualità armonica in tutti i suoi aspetti, come si può vedere dai colori della copertina: ciano e magenta, due colori primari. Non c'è nero, non c'è giallo.
Ma, sul bianco, i due colori primari si armonizzano e creano l'identità visuale specifica del disco. I brani hanno e non hanno testi.
I titoli dicono tutto ciò che è necessario sapere: "Amigo", "Atom", "Apacidonata", "Valsa dos Cogumelos", "Blues do Cachorro Muito Louco", "Can I Be Satwa?", "Alegria do Povo", "Alegro Piradissimo", "Lia a Rainha da Noite" - sono titoli e sono versi, sono testi.
Ma se i brani avessero avuto testi nell'accezione comune, avrebbero dovuto essere sottoposti alla "censura preventiva"  della Polizia Federale dell'epoca, cosa che non avrebbe avuto senso per ciò che stavamo creando.
Quindi, quanto era necessario fosse scritto per spiegare cosa è Satwa, è scritto nella controcopertina.
Oltre al testo (che racconta la saga del disco musicale volante che restò prigioniero nel limbo e fu liberato da Capitan Nemo della Pattuglia del Salto del Tempo) che ho scritto per la Time-Lag Records, che ha ristampato il disco nel 2004, ho aggiunto la traduzione dei titoli perchè i lettori di lingua inglese potessero comprendere anche questa parte dell'opera.
Per quanto riguarda la musica che ascoltavamo, variava molto. Io ero un fan di Cream, Traffic, Jimi Hendrix, Jethro Tull, Pink Floyd, Emerson, Lake and Palmer, King Crimson e Mothers of Invention. E Beatles e Rolling Stones, certo. Ma, per creare Satwa, quello che ascoltammo fu la "musica delle sfere".
Lailson e Lula Cortes

Come si combina la tua arte con tutto questo?

Nel disco appare solo nei due disegni della controcopertina e nell'etichetta. A quei tempi (io ero praticamente un ragazzino), i miei disegni circolavano solo fra gli amici e nei manifesti che facevo per il mio gruppo Phetus (nato dopo Satwa) e per i gruppi degli amici, come gli Ave Sangria e i Batalha Cerrada.
Era arte psichedelica, con elementi di fantasia e di fantasy. A partire dal 1975 cominciai a pubblicare sulla stampa e il mio disegno di satira politica divenne più conosciuto. Oggi, con i fumetti e l'illustrazione, molto del mio stile di quei tempi sta tornando.


Intervista realizzata da Cristiano Bastos, 2008



Chico, Barbara e Giovanni


"Chico Buarque e l'arte della canzone, tre giorni di eventi sul più grande autore della canzone brasiliana": l'iniziativa, che si svolge alla Scuola Popolare di Musica di testaccio di Roma nei giorni fra il 5 e il 7 aprile, è anche l'occasione di ascoltare qualcuno dei promotori degli incontri, Giovanni Guaccero e Barbara Casini.

Chico Buarque - Paratodos
Barbara Casini - Pelas Tabelas
Chico Buarque - Morro Dois Irmaos
Barbara Casini - O Meu Amor
Chico Buarque - Construçao
Barbara Casini - Agora Tà

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Il volume di Barbara Casini, Angelica  edizioni





sabato 16 marzo 2013

15 marzo 2013


Silverio Pessoa e La Talvera - Casa de Aranha (Escoticha de l'Aranha)
Orquestra Contemporanea de Olinda - De Leve
Tcheka - Pexra Porto
Os Cachorros ds Cachorras - Discoteque no Forrò
Cabruera - Druidas do Agreste
DJ Tudo e Junio Barreto - Se Ver Que Vai
Orquestra Popular da Bomba do Hemeterio - Meu Esquema
Juvenil Silva - Se Ela Nunca

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Associazione culturale La Talvera

domenica 10 marzo 2013

8 marzo 2013


Zé Cafofinho e Suas Correntes - Xirlei
Trio Madjesi - Sex Madjesi
Cassia Eller - Vai Morar Com o Diabo
Tratak - Querida
Zelia Duncan c/Ney Matogrosso - Isso nao Vai Ficar Assim
Iconili - Bufala
Andreia Dias c/Zé Cafofinho - Luva Pele
Super Mama Djombo - Alma

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sabato 2 marzo 2013

Speciale Marcia Castro



Marcia Castro - foto Tiago Lima




Intervista a Marcia Castro che ci parla della sua musica e di quello che si muove a Bahia

Marcia Castro - Frevo Pecadinho
Marcia Castro - Rainha do Egypto
Marcia Castro - Preta Pretinha
Marcia Castro - 29 Beijos
Marcia Castro - Meu Doce Amor
Marcia Castro - Mae Eu Juro
Marcia Castro - Lobradouro
Amabis - Pena Mais que Perfeita

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